Dopo le dimissioni dal governo dei membri di FLi, giornali e televisioni, intonando il de profundis del presidente del consiglio, si sono affrettati a dichiarare la fine di Berlusconi e del berlusconisimo lanciandosi in arditi paragoni con il 25 luglio e la caduta del fascismo. L’esperienza in questi ultimi 15 anni ci insegna che a dar morto Berlusconi si sbaglia sempre dato che proprio quando è in difficoltà riesce a dare il meglio di sé (da buon italiano!) risorgendo come l’araba fenice.
L’“all in” di Fini nella partita a poker con Berlusconi rischia però di tradursi in un boomerang e in un suicidio politico per il leader di FLi. L’obiettivo del presidente della camera di rilanciare l’azione del governo limitando il cesarismo berlusconiano, magari con l’allargamento della maggioranza all’UDC per controbilanciare il peso della Lega, sembra essere fallito. Il premier, sapendo bene che qualunque ipotesi di un nuovo esecutivo significherebbe concedere un maggiore potere a FLi, ha infatti posto una dura opposizione ad un eventuale Berlusconi-bis. Fini si trova quindi costretto all’angolo senza grandi margini di manovra potendo solo sperare in una marcia indietro di Berlusconi. Fli, se vuole avere un ruolo sullo scenario politico, ha una sola collocazione possibile ed è all’interno del centro destra, come forza in grado di riequilibrare le derive pseudo-monarchiche di Berlusconi, facendo valere il proprio peso all’interno di un sistema in cui nessun partito può raggiungere la maggioranza assoluta, in maniera analoga a quanto messo in atto dalla Lega in questi ultimi due anni e mezzo. Diversamente, Fini, sul cui essere di destra vi sono tra l’altro forti dubbi, perderebbe credibilità e appeal nei confronti del suo elettorato. Il naturale bacino elettorale di Futuro e Libertà è infatti nell’area moderata ed in particolare in quella massa di cittadini delusi dal PDL e da Berlusconi. Se però si andrà ad elezioni anticipate, FLi non potrà certo presentarsi come alleato di PDL e Lega. Di conseguenza i potenziali elettori di FLi non accetterebbero mai un’ipotetica e antistorica alleanza con il PD e, pur mal digerendo Berlusconi, si turerebbero il naso affidando il proprio voto al PDL, o al limite si asterrebbero, piuttosto che consegnare il paese alla sinistra. Allo stesso modo una coalizione con UDC e Rutelli in un fantomatico terzo polo, non riscuoterebbe successo in quanto verrebbe vista con scarse probabilità di vittoria e considerata come un voto inutile.
Il ricorso anticipato alle urne porterà Berlusconi sul suo terreno preferito, quello della campagna elettorale su cui negli anni ha dimostrato di non avere rivali col vantaggio di poter giocare il ruolo della vittima di un tradimento che gli ha impedito di mantenere le promesse fatte nel 2008. Sarà una campagna elettorale durissima che Berlusconi condurrà all’attacco, ancora una volta all’insegna della solita rivoluzione liberale che da 15 anni sbandiera senza essere stato in grado di realizzare e che mai realizzerà con un partito formato per lo più da ex democristiani ed ex socialisti ed in cui la componente liberare è stata messa da parte. Una campagna elettorale che, se sarà in grado di reggere fisicamente, lo vedrà, con tutta probabilità, ancora una volta trionfante, dato che è difficile aspettarsi una riscossa del PD che non riesce a vincere nemmeno le primarie.
In attesa di possibili sviluppi la mossa di Fini rischia quindi di consegnare nuovamente il governo del paese nelle mani di Berlusconi che del resto come disse Scapagnini è “tecnicamente immortale”.
venerdì 19 novembre 2010
giovedì 11 novembre 2010
Le elezioni americane di medio termine
Nell’America dei tanti disoccupati senza assicurazione sanitaria; in cui gli appartenenti alla low-middle class sono costretti a mentire sul loro stato di salute per essere curati negli ospedali; in cui l’insegnante (che pure percepisce uno stipendio quattro o cinque volte superiore a quello di un insegnante in Italia) non può rimanere oltre 100 giorni in una casa di cura; in cui invece il ricco imprenditore considera il sistema sanitario statunitense il migliore del mondo perché gli consente di avere camere singole negli ospedali con tutti i comfort dell’albergo (ritenendo scadente la social security europea con le sue sale comuni per la degenza); in cui lo stesso imprenditore può vantare un’assicurazione che gli garantisce addirittura il trasferimento da qualunque parte del mondo, dato che, lì in America, la meritocrazia, con i privilegi che ne derivano, conta davvero (non come dalle nostre parti); in questa America, si sono svolte le elezioni di mid-term che hanno segnato la vittoria per il GOP.
Quando l’America si è svegliata la mattina del 3 novembre ha capito che il progetto obamiano, il sogno di un paese più equo e più giusto con una maggiore redistribuzione della ricchezza era uscito sconfitto. Purtroppo per gli Americani – ma di questo non se ne sono accorti in America. Quando l’America si è svegliata si è ritrovata più rossa che lì è il colore dei Repubblicani. L’America ha scelto, e parafrasando un commentatore della CNN, ha scelto di tornare indietro: R di reverse (nel cambio automatico) invece di andare avanti con i Democratici: D come drive. L’America ha scelto e ha scelto di mantenere le sue insanabili contraddizioni e la disuguaglianza sociale perché queste sono anche il motore della sua economia.
Questo voto è il risultato di una ormai cronica disaffezione degli Americani per l’urna elettorale che solo lo “Yes We Can” del 2008 era riuscito a smuovere portando il “voter turnout” (così da quelle parti chiamano l’affluenza) a circa il 62% (per altro basso rispetto alle medie europee). Perché in America, chi vota sono per lo più i ricchi e gli istruiti (che spesso coincidono). I poveri e i giovani si astengono, principalmente perché non sanno per chi votare. È un paese in cui la cultura e la conoscenza della politica sono scarsamente diffuse, in parte per colpa degli stessi Americani che, privi di strumenti interpretativi, alla CNN preferiscono i vari Jersey Shore (uno dei più popolari, e onestamente inguardabile, realities americani) ed in parte per colpa del sistema d’istruzione che quegli strumenti interpretativi non li fornisce, dato che alla storia e alla filosofia, diciamo, non lascia molto spazio. E allora lasciamo spazio ai Tea Parties. Questo è anche il risultato del “voglio tutto e subito” perché tra le tante virtù degli Americani la pazienza non va certo annoverata. E il miracolo atteso non è avvenuto; mentre hanno pesato gli errori, le incertezze (soprattutto nella riforma sanitaria) le incapacità dell’amministrazione Obama di essere all’altezza delle attese delle promesse, a tratti eccessivamente messianiche. Il presidente più mediatico della storia americana, che alle volte sembra più il presidente di Facebook che della Casa Bianca, non è stato in grado di comunicare la sua politica ed è stato battuto sul suo stesso terreno dai Repubblicani che questa volta hanno scoperto internet.
È certamente la vittoria dei più ricchi, di chi non vuole pagare più tasse per garantire una vita migliore a chi ha di meno. È ancora una volta la vittoria di una mentalità che vede nel povero il solo responsabile per la sua condizione. È il sogno americano che continua; perché del sogno americano, gli Americani, nella loro ingenuità, continuano a nutrirsi sebbene sia più spesso un’illusione che una realtà. Non bisogna però semplificare considerandola soltanto come la vittoria dei più ricchi perché è anche la vittoria dei Marco Rubio, il figlio di esuli cubani, che quel sogno americano lo incarna alla perfezione come esponente del Tea Party nell’ispanica Miami. Là, in America, chi ha faticato per emergere socialmente, tanto da sposare una delle cheerleader dei Miami Dolphin, non vuole rinunciare ai propri privilegi. Nello spettro delle tasse e di uno stato più forte, visti come anticamera del socialismo, il movimento dei Tea Party ha trovato il suo successo.
Quando l’America si è svegliata, la mattina del 3 novembre, si è svegliata certamente diversa; ma si è svegliato diverso tutto il mondo a cominciare dal Medio Oriente in cui il processo di pace è certamente meno vicino (sempre che lo sia mai stato).
Quando l’America si è svegliata la mattina del 3 novembre ha capito che il progetto obamiano, il sogno di un paese più equo e più giusto con una maggiore redistribuzione della ricchezza era uscito sconfitto. Purtroppo per gli Americani – ma di questo non se ne sono accorti in America. Quando l’America si è svegliata si è ritrovata più rossa che lì è il colore dei Repubblicani. L’America ha scelto, e parafrasando un commentatore della CNN, ha scelto di tornare indietro: R di reverse (nel cambio automatico) invece di andare avanti con i Democratici: D come drive. L’America ha scelto e ha scelto di mantenere le sue insanabili contraddizioni e la disuguaglianza sociale perché queste sono anche il motore della sua economia.
Questo voto è il risultato di una ormai cronica disaffezione degli Americani per l’urna elettorale che solo lo “Yes We Can” del 2008 era riuscito a smuovere portando il “voter turnout” (così da quelle parti chiamano l’affluenza) a circa il 62% (per altro basso rispetto alle medie europee). Perché in America, chi vota sono per lo più i ricchi e gli istruiti (che spesso coincidono). I poveri e i giovani si astengono, principalmente perché non sanno per chi votare. È un paese in cui la cultura e la conoscenza della politica sono scarsamente diffuse, in parte per colpa degli stessi Americani che, privi di strumenti interpretativi, alla CNN preferiscono i vari Jersey Shore (uno dei più popolari, e onestamente inguardabile, realities americani) ed in parte per colpa del sistema d’istruzione che quegli strumenti interpretativi non li fornisce, dato che alla storia e alla filosofia, diciamo, non lascia molto spazio. E allora lasciamo spazio ai Tea Parties. Questo è anche il risultato del “voglio tutto e subito” perché tra le tante virtù degli Americani la pazienza non va certo annoverata. E il miracolo atteso non è avvenuto; mentre hanno pesato gli errori, le incertezze (soprattutto nella riforma sanitaria) le incapacità dell’amministrazione Obama di essere all’altezza delle attese delle promesse, a tratti eccessivamente messianiche. Il presidente più mediatico della storia americana, che alle volte sembra più il presidente di Facebook che della Casa Bianca, non è stato in grado di comunicare la sua politica ed è stato battuto sul suo stesso terreno dai Repubblicani che questa volta hanno scoperto internet.
È certamente la vittoria dei più ricchi, di chi non vuole pagare più tasse per garantire una vita migliore a chi ha di meno. È ancora una volta la vittoria di una mentalità che vede nel povero il solo responsabile per la sua condizione. È il sogno americano che continua; perché del sogno americano, gli Americani, nella loro ingenuità, continuano a nutrirsi sebbene sia più spesso un’illusione che una realtà. Non bisogna però semplificare considerandola soltanto come la vittoria dei più ricchi perché è anche la vittoria dei Marco Rubio, il figlio di esuli cubani, che quel sogno americano lo incarna alla perfezione come esponente del Tea Party nell’ispanica Miami. Là, in America, chi ha faticato per emergere socialmente, tanto da sposare una delle cheerleader dei Miami Dolphin, non vuole rinunciare ai propri privilegi. Nello spettro delle tasse e di uno stato più forte, visti come anticamera del socialismo, il movimento dei Tea Party ha trovato il suo successo.
Quando l’America si è svegliata, la mattina del 3 novembre, si è svegliata certamente diversa; ma si è svegliato diverso tutto il mondo a cominciare dal Medio Oriente in cui il processo di pace è certamente meno vicino (sempre che lo sia mai stato).
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