“Che fai mi cacci?” Con queste parole il presidente della Camera si è rivolto al presidente del Consiglio in uno dei più divertenti e interessanti scontri verbali e politici degli ultimi anni prima che D’Alema ci deliziasse a Ballarò. Quelle di Gianfranco Fini sono posizioni che condivisibili o meno hanno avuto il merito di aprire un dibattito all’interno di un partito che fino a quel momento era apparso più che altro come una struttura di plastica. Due diverse concezioni della politica si sono affrontate. Da una parte vi è una visione lideristica e monocratica del partito in cui tutto si sviluppa come diretta emanazione dell’autorità suprema. Dall’altra invece si assiste agli esiti di un percorso interiore, umano e politico, di Fini, che pur essendo stato egli stesso un monocrate, chiede ora maggiori confronto e democrazia.
Il contrasto nasce dalle caratteristiche di un leader che aspira più alla venerazione che si aveva nei confronti del potere taumaturgico dei sovrani francesi, che al rispetto che si deve alle capacità di uno statista. Il risultato di questo atteggiamento è la necessità del capo di circondarsi dai cosiddetti Berluscones, una pletora di meschine figure pronte a tutto pur di compiacerlo.
Berlusconi e il berlusconismo hanno avuto il merito di dare vita al bipolarismo quanto meno nel risultato di concentrare nell’anti-berlusconismo uno dei due poli, ma anche quello di imprimere alla politica italiana una svolta decisiva nella direzione dell’identificazione dei partiti nella figura del segretario. L’aspetto esteriore più evidente è la comparsa del nome del capo sul simbolo dei partiti. Tutti i partiti italiani con l’eccezione del PD hanno infatti un leader indiscusso e ben riconoscibile. La debolezza del PD scaturisce proprio dall’eccessiva divisione interna della classe dirigente che non sa esprimere idee chiare ed univoche non incontrando il favore dell’elettorato che dopo decenni di frammentarietà politica e debolezza dei governi ricerca un leader in grado di prendere decisioni, a cui demandare la responsabilità della guida del paese e con cui fare i conti al momento delle elezioni.
La concezione lideristica di un partito che si traduce in un supporto spesso acritico all’azione di governo è però inevitabile in una realtà politica post-ideologica e necessaria nel periodo di crisi che attraversa l’economia mondiale e soprattutto in un paese come l’Italia che sconta un deficit di decisionismo. La sfida che attende il PDL se vuole sopravvivere a Berlusconi sarà quella di connubiare la necessità di proporsi all’elettorato con una figura forte ed autorevole e di avere un dibattito interno che possa la proposta politica. Il partito caserma che segue in maniera fideistica il capo non serve a nessuno, ma soprattutto non serve al futuro del partito stesso che per sopravvivere deve reggersi su un materiale umano di bassissima qualità. Lo sviluppo invece di una classe dirigente e di una base politicamente e culturalmente valide comporta ovviamente la nascita di diverse anime all’interno del partito ed il rischio di frammentazione perché le teste pensanti pensano. La capacità del leader sarà quella di trovare una sintesi a queste anime e non quella di soffocarle.
mercoledì 19 maggio 2010
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