mercoledì 14 ottobre 2009

La meritocrazia - di Maurizio Viano

Meritocrazia è una parola che riecheggia in molti dibattiti politici, in decine di trasmissioni televisive e articoli di giornale con sempre e soltanto un unico esito: la mancanza assoluta di meritocrazia nel nostro paese. Sul banco degli imputati per il suo esilio forzato (esilio? Ma ha mai dimorato in Italia?) vengono di volta in volta chiamati presidenti, ministri, politici, imprenditori, giornalisti, insomma la classe dirigente, additata come incapace di stabilire valori meritocratici. Al di là però dell’inettitudine di una classe dirigente, che nemmeno al suo stesso interno riesce a far valere il merito, come nel caso del nostro Parlamento ove siedono spesso indegni rappresentanti, dalle scarse capacità e attitudini e dal bassissimo livello culturale, ma bravissimi nel prendere voti (o forse nemmeno quello data l’attuale legge elettorale), la meritocrazia non è un qualcosa che possa essere imposto dall’alto per legge o per decreto. L’affermazione di un principio meritocratico necessita, come tutte le grandi rivoluzioni, di un humus culturale su cui attecchire, di un cambiamento radicale di mentalità. È necessario per tanto un processo dal basso, che sia quanto più possibile condiviso e diffuso, ma è proprio qui che si annida il problema. Se infatti la meritocrazia è l’antitesi dei favoritismi, delle amicizie, dei legami clientelari, la sua mancata realizzazione si manifesta spesso proprio a livello più basso come nel momento in cui il comune cittadino si reca a votare. Egli, nel segreto della cabina elettorale, tenderà a votare non per chi ritiene più abile, più capace, più adatto a risolvere i problemi della comunità, della quale tra parentesi poco gli importa, ma per colui al quale potrà rivolgersi più facilmente in caso di necessità, chi saprà garantire un posto di lavoro per sé o per qualche membro della sua famiglia (meglio se numerosa, assicura più voti!) insomma chi potrà fargli dei favori. Questa triste realtà purtroppo nasce da un’indole che spinge a cercare la via più semplice e meno faticosa per il benessere e il successo e trova terreno fertile in una realtà come quella italiana costituita da una società clientelare strutturata su rapporti personali e di amicizia che spesso sfociano in relazioni di tipo mafioso. Il sistema parassitario che ne deriva, fatto di posti di lavoro spesso dati a incompetenti o ancora peggio di occupazioni del tutto inutili, che funzionano come ammortizzatori sociali, accontenta tutti, chi il lavoro lo riceve, che senza sforzo ottiene uno stipendio, e chi il lavoro lo procura, che invece rafforza un rapporto di fedeltà e fiducia.
Una simile forma mentis ha radici antiche, ma certamente è stata rafforzata negli ultimi 40-50 anni quando una generazione si è formata sulla base di un pensiero influenzato dal perverso connubio tra il più grande partito comunista d’Europa e il più grande partito cattolico d’Europa. Da una parte l’egualitarismo comunista e dall’altra l’etica cattolica del perdono hanno avuto un enorme peso nello stroncare qualunque attitudine nelle persone a voler vedere riconoscere le proprie qualità. Si è formato così uno strano senso di giustizia basato non sulla parità delle opportunità, ma sulla parità degli obiettivi: tutti devono avere gli stessi risultati, dalla scuola all’università (dove la laurea sembra essere diventata un diritto) al mondo del lavoro, soprattutto quello in cui non sono richiesti risultati o dove riesce ad allungare le proprie mani la politica.
Fin tanto che non vi sarà una spinta dal basso, una presa di coscienza di ogni singolo cittadino che vorrà vedere valorizzato il proprio talento e il proprio impegno non vi sarà nemmeno un cambiamento nell’atteggiamento di politica e istituzioni che il merito devono riconoscere. Il timore però, è che un questa rivoluzione culturale rimanga soltanto un bel sogno.


Maurizio Viano

1 commento:

  1. Caro Maurizio,
    condivido in pieno le tue osservazioni.
    Temo fortemente che una rivoluzione di tale portata rimanga un'utopia nella società moderna.
    Troppo difficile sradicare ciò che trova le sue fondamenta in tempi molto antichi. Qualsiasi intervento da parte del diritto positivo rimarrebbe vano perché non supportato da un'evoluzione del contesto sociale.
    Abbiamo norme che rimangono del tutto programmatiche, vedi l'art. 34.3 Cost. che recita " I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.". Mentre il suo quarto comma illustra il mezzo: " La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegnate alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso".
    Quello di cui supra per dire che nella mia università, come in tutte le altre italiane, immagino, chi usufruisce dei sussidi non sono persone come me che hanno medie superiori al 29 figli di lavoratori dipendenti, ma figli di professionisti, che presentano dichiarazioni modificate e che, peraltro, non possono essere definiti come persone idonee a percepirli né dal punto di vista economico né meritocratico.
    Insomma, le borse di studio se le aggiudica chi risulta indigente perché a carico della madre pensionata, o ha intestato tutto a parenti, o si trova in situazioni similari! Fa sorridere, e viene quasi da stringer la mano a chi riesce in queste operazioni. Peccato che ci siano persone capaci, e un caso mi è capitato di vederlo, che non sono state in grado di continuare gli studi per mancanza di fondi. Hanno abbandonato per andare a lavorare, non essendo in grado di gestire le due cose contemporaneamente. E le borse di studio? Se l'erano già accaparrate i "furbetti" che non ne avevano alcun bisogno, ma, come si suol dire, " piove sempre sul bagnato"!
    Questo è solamente uno spaccato della nostra società, un microcosmo che rappresenta in scala ciò che avviene in ambiti ben più ampi.

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